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L'immagine dei romeni in Italia tra realtà e percezione (1)

docente Afrodita Carmen CiONCHIN

           Il ripetersi di vicende di cronaca nera che vedono protagonisti cittadini romeni e i conseguenti riflessi negativi sui mass media italiani ripropongono il tema dell’immagine collettiva dei romeni in Italia. Su questa cruciale questione, Afrodita Carmen Cionchin, docente all’Università di Padova, ha realizzato nei mesi scorsi una importante inchiesta che ha coinvolto illustri personalità del mondo culturale italiano. L’inchiesta, già pubblicata in romeno sulla rivista culturale “Orizont” di Timisoara (www.revistaorizont.ro), viene ora proposta ai visitatori del nostro sito, in tre successive parti. Di seguito, la prima

Intervista a Lorenzo Renzi
Professore di Filologia romanza, Università di Padova


Come vede l’evoluzione della comunità romena in Italia, con tutta la problematica che essa impone nel contesto delle forme di integrazione socio-economica?

La storia recente registra rapidi cambiamenti, i paesi ex comunisti sono stati poi integrati a tempi abbastanza brevi nell’Unione Europea e, quindi, questi paesi – che sembravano così lontani, molto più lontani dell’effettivo numero di chilometri che ci distanziano – sono diventati improvvisamente vicini, nel caso dell’Italia prima per l’emigrazione d’imprenditori italiani soprattutto nella fascia occidentale della Romania, poi con l’afflusso di romeni in Italia, particolarmente nella fascia nord-orientale della Penisola. Questi nuovi rapporti si vedrà un giorno che sono stati molto importanti e positivi, ma ci vorrà una vista molto lunga perché, invece, con la vista breve si vedono soprattutto i problemi. Inizialmente, per esempio, l’immigrazione italiana, un’immigrazione di imprenditori, è apparsa in una luce cattiva, non a torto, in quanto molti di questi imprenditori erano affaristi senza scrupoli, poi questi aspetti deteriori sono in gran parte rientrati e penso che questo contributo sia stato utile alla Romania, come è stato certamente utile a quelli che hanno investito partendo dall’Italia. Un fenomeno importante, quindi, che forse adesso andrà diminuendo, come sembra.           
Quanto all’immigrazione romena in Italia, ha comportato molti problemi, dei quali non ci si poteva immaginare. Si pensava, per esempio, che potesse essere molto più facile dell’immigrazione di altri popoli, in particolare di quelli del Mediterraneo, i cui problemi di natura religiosa e anche di mentalità portavano certamente a un’accoglienza più difficile, che non poteva eludere, in alcuni casi, anche la questione complessa del terrorismo in Europa. Invece, anche l’immigrazione romena in Italia ha conosciuto momenti molto difficili, soprattutto, paradossalmente, dopo l’ingresso della Romania nell’Unione Europea.
Se si vogliono dire le cose senza infingimenti, credo che la maggiore difficoltà sia dovuta all’immigrazione dei rom, come già era successo in Germania anni prima. Siccome i rom romeni sono cittadini romeni, c’è stata una percezione dell’intera comunità romena dipendente dalla presenza di numerosi rom. Gli italiani conoscono bene gli zingari, li chiamiamo ancora abitualmente così, in particolare quelli nomadi, che si muovono tra l’Italia e i paesi vicini. Tuttavia, per un’idea sbagliata di non voler distinguere gli zingari dai romeni in questo caso, si è fatto di ogni erba un fascio, si è provocato un problema enorme. Benché l’Italia sapesse che ci sarebbe stato un arrivo in massa di molti zingari, il governo non ha preparato l’accoglienza necessaria per questa popolazione che non può essere accolta come le altre popolazioni perché ha un modo di vita diverso, che non è cambiato (o è cambiato poco) attraverso i secoli. Se l’Italia avesse chiesto e ricevuto aiuti finanziari da parte dell’Europa riguardanti proprio l’accoglienza dei rom romeni (ma il governo italiano non l’ha chiesto!), la questione dei rom si sarebbe potuta affrontare per tempo e, credo, con un relativo successo. Questo non è avvenuto e, invece, la presenza dei rom ha provocato una quantità di incidenti i quali sono stati attribuiti tout court alla comunità romena, provocando un vero e proprio scontro tra i due paesi. In questo incidente internazionale, a mio parere, il governo italiano si è mosso senza prudenza, senza le necessarie conoscenze, il che a me ha dato un grande dolore. Mi ha molto addolorato e deluso, in questa situazione, anche la reazione di una larga parte del popolo italiano che considero ispirata a vera e propria xenofobia e desiderio di discriminazione.
   
Come caratterizza l’evoluzione delle relazioni culturali italo-romene nel periodo dopo il 1989?


Ho visto con piacere, leggendo i giornali, che non solo il prodotto interno lordo della Romania è molto cresciuto, ma anche il periodo di grandi difficoltà – che sembrava insuperabile dopo la caduta del comunismo, protrattosi molto a lungo – sembra in via di risoluzione. Certamente sono processi complessi in cui una parte della popolazione si arricchisce e vive meglio e un’altra parte rischia di vivere addirittura peggio. Questo relativo miglioramento del livello di vita si è riflesso immediatamente anche nell’attività culturale. Negli anni poveri e tristi durante il comunismo, c’erano poche cose che la Romania faceva in Italia, poi subito dopo, invece, c’è stata una grande apertura, iniziata con l’attività promossa dall’Istituto di Cultura e Ricerca Umanistica di Venezia e dall’Accademia di Romania in Roma. Queste istituzioni sono state per me i poli di richiamo della cultura romena in Italia. Ho partecipato negli anni a varie manifestazioni che hanno organizzato e posso dire che adesso questa attività è diventata molto più ricca, più vivace, sostenuta da persone di grande valore; il numero di iniziative prese è addirittura tumultuoso e di questo c’è da rallegrarsi, naturalmente. Si sente un clima nuovo, si sente cadere quel complesso di inferiorità che si era accumulato, evidentemente, durante gli anni. L’impressione è, quindi, che le cose debbano andare di male in… bene, che ci sia un’evoluzione ascendente.
Contemporaneamente, in un contesto più vasto si può notare che la linea culturale è andata cambiando, da una cultura un tempo forse troppo elitaria alle forme attuali di cultura in direzione opposta, un tipo di cultura spesso troppo divulgativa, che tende a un successo superficiale. Questi sono problemi molto generali che riguardano l’Italia, la Romania e tutto il mondo contemporaneo, aspetti inerenti alla globalizzazione che meriterebbero, senz’altro, una discussione a parte.

Dato che Lei si è occupato anche della stampa periodica romena esistente attualmente in Italia, come vede il ruolo della stessa nell’aggregazione e la rappresentanza della comunità romena?


A dire la verità non sono affatto un esperto di questo, però ho cercato di attrarre l’attenzione in un paio di occasioni sull’esistenza di una stampa periodica in genere costituita da giornali settimanali o mensili che esce in Italia tra Roma e qualche centro dell’Italia settentrionale. Compero, in genere, questi giornali, come penso che facciano i romeni, all’edicola della stazione, ne compero tre-quattro alla volta e li leggo con grande scrupolo, trovo questa stampa molto interessante. Altri probabilmente la disprezzerebbero. Ma io penso sempre che quando l’Italia ha avuto un’emigrazione che ha coinvolto decine di milioni di persone, l’indifferenza dell’ambiente intellettuale italiano per il fenomeno dell’emigrazione era quasi assoluta. Questo atteggiamento non è giusto. La nostra attenzione per i concittadini che sono fuori dai confini deve essere sempre viva e costante, e i giornali di cui ho parlato riflettono il formarsi di una comunità in Italia, destinata o a rimanere, o a ripartire. Una volta, in genere, l’emigrazione era senza ritorno, era destinata a diventare perpetua.

Oggi, invece, le cose possono essere molto diverse perché c’è in genere più mobilità, più flessibilità dei flussi migratori, come succede per esempio nel caso dei romeni che emigrano in Italia e poi vanno in Spagna o viceversa, essendo questi i due paesi più frequentati, ma è probabile anche che molti rientrino poi in Romania, con il realizzarsi di migliori condizioni concrete di vita, già in atto. Mi sembrava che queste fossero cose da osservare, non solo per vedere gli italianismi nella stampa romena – certi aspetti che tradizionalmente gli accademici studiano – ma anche, soprattutto, per vedere se si può parlare proprio di una comunità e quali sono i suoi tratti peculiari. Devo dire che, in particolare, ho apprezzato spesso il senso di equilibrio di questi giornali nel trattare alcuni problemi critici, assumendo sia la responsabilità di essere le guide dei loro connazionali in minute questioni pratiche della vita quotidiana, sia, soprattutto, la responsabilità maggiore di rappresentante della propria comunità nell’ambito della società italiana.

(1. continua)

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Commenti

# Antonio
14 octombrie 2010 18:53
mia moglie è romena e non sembra venire da quel paese (infatti lei si vergogna per tutte le malefatte che fanno, non li può vedere perchè per colpa loro ci vanno di mezzo tutti) Il problema dei romeni, è che nessuno ha spiegato loro che gli italiani non sono stupidi, sembrano educati ma allo stesso tempo Sono molto prepotenti e pretendono senza avere rispetto civico. Ho una mentalità aperta ed ho sposato una romena la prova che non Sono razzista, ma per colpa di molti di voi, dire che tua moglie è romena è molto imbarazzante sono stato in Romania ed ho visto
la condizione in cui vivono, l'Italia per loro è l'America, dovrebbero apprezzarla di più! Mi chiedo se i politici prima di aprire le frontiere a quel paese povero, che vive il dopo guerra (chaocescu???) a cosa pensavano? Può non piacere ma questa è la realtà. Finanziamenti per accogliere i rom? Nel 2010 i campi nomadi sono un'offesa all'intelligenza umana, l'Europa è fondata sul lavoro, esso è un diritto-dovere, possiamo permetterci di mantenere una comunità che rifiuta la legalità sulle spalle altrui?

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