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sâmbătă, februarie 11, 2012
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Storia


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Sulla base dei documenti disponibili viene avanzata l’ipotesi che le persone direttamente coinvolte nelle repressioni comuniste in Romania siano state poco più di due milioni


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Nel 1916 la percentuale di prigionieri austro-ungarici di nazionalità romena presenti in Italia era assai rilevante e concentrata soprattutto nei campi del Nord Italia. Secondo le stime del Ministero della Guerra erano cosi suddivisi ben 3.600 nel campo di Mantova, 2.000 a Cavarzere, 800 rispettivamente a Ostiglia e Caravalle.


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Le sue origini sono per metà romene. Anche se lontana dalla Romania, come professoressa e ricercatrice all’Università degli Studi di Milano si è dedicata a far conoscere in Italia - paese molto amato da suo nonno, il grande storico Nicolae Iorga - i momenti rilevanti della storia del popolo romeno.


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 Il Rapporto presenta come negli anni 1947-52 siano state eliminate oppure assorbite nel PMR le organizzazioni politiche non comuniste. Nella repressione si procedette per centri concentrici, partendo dai partiti più lontani,


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Offriamo ai lettori la prima parte di una sintesi del Rapporto sulla ditattura comunista finalizzato nel 2008 e letto di fronte alle camere del Parlamento Romeno  Il presente materiale proposto ai nostri visitatori è un riasunto, tradotto e curato di Davide Zaffi. Per la prima volta il regime comunista è definito "llegitimo e criminale".

 


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Il presente lavoro non si propone di presentare il fenomeno dell’immigrazione romena in Italia nella sua complessità, ma desidera tentare un breve sguardo agli aspetti culturali promossi, in modo particolare, dall'élite immigrante romena, nel contesto storico causato dai cambiamenti politici dopo la seconda guerra mondiale in Romania.


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La storia della Romania, nel corso della sua vicenda politica unitaria, non ha avuto grande fortuna nel nostro Paese. La sua conoscenza è rimasta quasi limitata alle opere storiche diffuse in Italia durante il regime comunista, che ha adattato al suo modello economico e politico un'immagine distorta sia sul piano culturale sia su quello storico.


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Alle colline che circondano Cluj la vista abbraccia i monumenti simbolo della varietà etnica e religiosa della Transilvania. Cluj, Kolozsvár, Klausenburg: la toponomastica della città più grande della regione parla tre lingue, come gli studenti della sua più grande università, la Babes-Bolyai, dove si tengono corsi in romeno, ungherese e tedesco. Sono quasi 90mila i giovani che provengono da ogni parte della Transilvania e che danno alla città un volto vivace, animando biblioteche e caffè.


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Con l’insediamento del cosi-detto “governo democratico” il 6 marzo 1945, assistiamo alla nascita del regime ateo-comunista in Romania. Come accaduto nell’Unione Sovietica il regime comunista si oppose alla Chiesa cristiana romena considerandola come un’istituzione ostile per l’ideologia atea. In questa situazione la Chiesa ortodossa romena, la maggiore confessione in Romania, aveva due alternative: combattere apertamente contro il regime comunista oppure adottare un atteggiamento di moderata chiusura e di coabitazione.


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La “passione” per l’urbanistica accomuna e caratterizza tutti i regimi totalitari: fondare città nuove, cambiare quelle esistenti, erigere monumenti sono gli atti fondamentali di un sistema politico che si prefigge il controllo delle coscienze, e quindi manipolazione della memoria, individuale e collettiva.  In questa storia, la Romania di Ceauşescu, costituisce un capitolo a sé, per l’estensione e la profondità degli interventi programmati, delle devastazioni compiute. Soprattutto dopo il 1977, la campagna di demolizioni, a partire dagli interventi che hanno sconvolto Bucarest, ebbe una doppia funzione.

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